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Domenica 15 Dicembre 2019

Concerto "La musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura"

Manzano - 16.00

Concerto
Tra la fine del secolo XV e la metà del Cinquecento, Milano fu uno dei più importanti centri di cultura e di arte d’Europa grazie anche alla presenza di Leonardo da Vinci (1452-1519) presso la corte dei Visconti e a quella di Franchino Gaffurio (1451-1522) alla guida della Cappella musicale del Duomo. Gaffurio fu il primo musicista italiano ad apparire sulla ribalta internazionale dopo un secolo durante il quale l’Italia non aveva svolto alcun ruolo attivo in campo musicale ma si era accontentata di accogliere presso le sue cappelle musicali compositori stranieri che erano giunti dalle regioni della Francia settentrionale, della Borgogna e dei Paesi Bassi. Con Gaffurio fiorì una produzione autonoma di musica sacra caratterizzata da uno stile originale, tipicamente italiano, propendente per la melodia scorrevole e per le piene sonorità accordali. Figlio del capitano di ventura Bettino e di Caterina Fissiraga, Franchinus Gaffurius nacque a Lodi il 14 gennaio 1451. Trascorse gli anni della sua formazione musicale e letteraria presso il monastero benedettino di San Pietro, che lasciò nel 1474 per assumere i voti sacerdotali. Durante questo periodo fu cantore presso la Cattedrale di Lodi e allievo del famoso teorico Johannes Goodendag (Bonadies). Risale a questo periodo la stesura dei suoi due primi trattati, l’Extractus parvus musicae e il ractatus brevis cantus plani, rimasti manoscritti. Tra il 1474 e il 1477 fu a Mantova presso i Gonzaga. Probabilmente qui compose altri due trattati, andati purtroppo perduti: Flos musicae e Musicae insituttionis collocutiones. Sono questi gli anni in cui la sua reputazione aumenta a vista d’occhio e molte corti dell’Italia settentrionale fanno a gara per averlo al loro servizio. Vi riuscirà il doge di Genova, Prospero Adorno, presso il quale Gaffurio insegnò musica e compose madrigali. In seguito alle vicende che videro il doge coinvolto nella rivolta contro gli Sforza di Milano, Franchino accompagnò il suo signore a Napoli, presso la corte di Ferdinando I. Qui ebbe l’opportunità di conoscere Johannes Tinctoris, del quale divenne amico, e di pubblicare nel 1480 presso Francesco di Dino, il suo trattato Theoricum opus. In quello stesso anno lasciò Napoli per far ritorno a Lodi e assumere l’incarico di insegnante dei pueri cantores al castello di Monticelli d’Ongina. A questo periodo risale la stesura del suo trattato più famoso, Practica musicae che verrà pubblicato a Milano, nel 1496. Conserverà questo incarico fino alla morte, avvenuta il 25 giugno 1522. Ciò non gli impedirà di accettare la nomina di musicae professor al innasio fondato da Ludovico Sforza nel 1492 o di insegnare musica all’Università di Pavia, dal 1494 al 1499. Intrattenne stretti legami con molti letterati, compositori e artisti coevi, tra cui Leonardo da Vinci, che frequentò la sua biblioteca musicale e lo onorò di un ritratto, oggi conservato presso la Biblioteca Ambrosiana. La sua opera musicale comprende messe per i riti ambrosiano (mottetti missales) e romano, Magnificat, antifone, litanie, uno Stabat Mater, inni, mottetti e madrigali. Non v’è dubbio che in questo ngente lascito musicale, le quindici messe (quattordici a quattro voci e una a tre) occupino un posto di rilievo. Esse presentano una larga varietà di forme. In conformità con la tradizione fiamminga, molte di esse contengono al loro interno motivi ricorrenti con funzione unificante e caratterizzante. Il tessuto polifonico, realizzato con maestria e sapienza si vale della divisione dell’insieme vocale in raggruppamenti parziali di voci alle quali si affiancano strumenti timbricamente differenziati. Ne deriva una piacevole arietà di timbri e di pesi sonori. Non v’è dubbio che in un quadro così delineato, l’arte di Gaffurio emerga per tratti di originalità, riconoscibili sia nel trattamento dell’impianto formale sia nelle caratteristiche espressive della sua musica. Nonostante la mancanza di una tradizione musicale italiana consolidata, Gaffurio mostra di possedere e di dominare con mano sicura l’intero repertorio dei mezzi tecnici di matrice francofiamminga. L’artificio del canone ovvero il principio dell’imitazione sistematica, sconosciuto al Medioevo, diventa l’espediente compositivo più diffuso per pervenire all’unità dell’opera d’arte. Di qui un’infinita quantità di spunti creativi dal punto di vista melodico, armonico, ritmico e sonoro di cui non esiste eguale nei secoli passati e che si possono facilmente cogliere nella sua opera sacra, di cui la Missa trombetta sul Gloria ad modum tubae di Guillaume Dufay e la Missa de tous biens pleine, su una canzone di Hayne van Ghizeghemn sono esempi illuminanti quanto significativi. Oltre a ciò il compositore prende coscienza del suono nel senso di colore, di spessore, di prospettiva, di profondità, di dimensione, di dinamica, di spazialità; suono che egli inizia ora a manipolare in tutte le sue componenti dinamiche e fisiche all’interno di quel limes ideale rappresentato dall’estensione naturale dei registri della voce umana. Nasce da questa nuova percezione dei volumi e degli spazi sonori un diverso trattamento delle parti all’interno della compagine vocale. Ogni voce partecipa ora all’insieme polivoco con eguale possibilità e valore; e ogni voce è anche un’individualità timbrica a se stante e tuttavia intimamente legata alla struttura generale della composizione. Da questa sensibilità prendono l’avvio le combinazioni contrapposte di due voci all’interno della stessa struttura polivoca (bicinia) che determinano vivaci contrasti di sonorità e un’apparente pluralità di cori. Un’altra conquista di fondamentale importanza è il nuovo rapporto che, da Gaffurio in poi, i musicisti instaureranno con la parola, con il verso poetico, con il metro, con il contenuto emotivo dei versi impiegati, un traguardo che fu senza dubbio conseguenza diretta dell’influenza esercitata dal pensiero umanistico sulla musica a partire dalla metà del secolo XV e fino alla metà del successivo. Franchino Gaffurio e i musicisti della sua generazione devono essere considerati i pionieri di questa nuova concezione del rapporto parola-suono. È la lingua latina a ricevere inizialmente le maggiori attenzioni e un’accentazione musicale modellata sulle regole della metrica classica. Si tratta del recupero dei valori semantici della parola attraverso l’esaltazione delle componenti ritmiche in essa latenti e alla loro enucleazione attraverso un’intonazione musicale confacente. Spetterà poi a Josquin des Prez, condurre questa instancabile azione di affinamento stilistico al suo traguardo finale.
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